Liberazione attraverso l’illuminazione, ovvero il Libro Tibetano dei Morti.
Non l’abbiamo letto, figurarsi, siamo ignoranti noi, ma sapevamo già di cosa parla (aggiungerei un purtroppo).
Long story short, è un bel testo funerario tibetano (sì, incredibile) che descrive il processo di reincarnazione secondo la cultura buddhista, precisamente quel lasso di tempo tra la morte e la reincarnazione.
La trama di per se è abbastanza banalotta, sinceramente. C’è Oscar -CIAO OSCAAR!
Dicevamo. C’è Oscar che spaccia e consuma droghe a Tokyo, e abita con sua sorella Linda in uno squallido appartamentino. Poi c’è Alex, che fa conoscere a Oscar il Libro dei Morti (e vuole fottersi Linda), e Victor, un ragazzino tossicodipendente.
Oscar insieme ad Alex va a portare della droga a Victor, si incontrano al Void, un bel localaccio marcio. Peccato che Victor abbia chiamato i poliziotti. Alla fine dei discorsi, Oscar si chiude in bagno e i musi gialli in divisa aprono il fuoco, uccidendolo. Fine del film, vi ho spoilerato tutta la trama, ora andate in pace, riproducetevi e amen.
Invece no! Il film è appena incominciato, ricordate no?, libro dei morti, reincarnazione, i tibetani e tutte quelle storie. Ecco, Oscar è morto e deve reincarnarsi.
Eccomi, sono passati quattro giorni, ma seriamente non sapevo più che scrivere su questo film.
Perché alla fine sì, sarò retorico, paraculo, demagogo, ma più che un film è un’esperienza visiva. Le intenzioni del buon Gaspar Noè sono palesi già dall’incipit, dall’opening title sequence: un allucinante, epilettico magma di nomi, titoli e slogan, roba da fare vomitare sangue allo Ian Curtis di turno in tempo zero, in uno schiocco di dita. Per non parlare della scena in cui Oscar è sotto DMT, droga di cui francamente ignoravamo l’esistenza ma che attualmente ci riempe di curiosità.
Googliamo! Vi va? Ok, ok, Googlo io.. allora: DMT, sostanza psichedelica naturale riproducibile anche artificialmente. Gli effetti sono poderosi, da grande sciamano Incas, si legge di esperienze di stati pre-morte, immersione in mondi strani, sensazione di unione con il tutto e dissoluzione dell’Io.
In soldoni, la dimetiltriptamina (DMT) è considerata una delle sostanze psichedeliche più potenti, se non la più potente in assoluto.
AAA cercasi spacciatore con contatti giusti per introduzione nel mondo sciamanico.
Gaspar Noè, grande uomo. Leggendo le sue interviste si apprende che è da circa un decennio che vuole fare questo film, e per fare le cose bene s’è dato alla tossicodipendenza per onestà intellettuale: chi sa descrivere gli stati di allucinazione meglio di un lisergista? S’è spinto addirittura nella Jungla peruviana a provare l’ayahuasca, allucinogeno preparato dai popoli amazzonici nei rituali di visione e comunicazione con il divino.
Un po’ come se, ad esempio, il nostro (sigh) Federico Moccia si desse alla pedofilia per apprendere meglio il mondo dei giovani d’oggi. Fatevi i vostri conti.
Esperienza visiva: prima di tutto il film è completamente visto dal Point of View di Oscar, noi siamo lui. Il film svolta dalla focalizzazione interna a quella esterna, nel punto in cui Oscar muore. Capiamo, nel film, di essere sempre Oscar e di essere morti solamente poiché il cammino di Oscar (e nostro) segue il racconto di Alex a riguardo del libro dei morti: è l’unico indizio che abbiamo per capire cosa cazzo sta succedendo.
Parlando delle riprese, Gaspar, attraverso il Medium incorporeo del Fantasma, s’è potuto sbizzarrire come più voleva, con panoramiche, fish-eyes, planate sopra Tokyo, vedute a volo d’uccello, e chi più ne ha più ne metta.
Il finale è disturbante e bellissimo, in un crescendo di dionisiaca follia. Chiamasi catarsi, sempre sia benedetta.
Concludendo, quel mangia-lumache di Gaspar Noè, dichiaratosi ateo, dice che il suo Enter The Void non parla di un morto che deve trovare la strada per la reincarnazione, bensì di un tossicodipendente che muore durante un enorme trip e si immagina il tutto.
Bel modo di fottere, sempre e comunque, con i nostri cervelli.